mercoledì 4 maggio 2022

Inferno, canto VI

“Ed eccoci al canto VI, quello dei golosi”.

“Ma anche quello politico. Mi ricordo che, quando studiavo la Divina Commedia a scuola, i sesti canti di Inferno, Purgatorio e Paradiso mi annoiavano”.

“Perché hai sempre avuto un problema con lo studio della storia, suppongo”.

“Già”.

“Beh, c'è comunque la pena dei golosi: il fango, la pioggia, la grandine, la terra puzzolente”.

“Vero. E anche Cerbero non scherza. La sua descrizione fa paura:”.

Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.

“Poi c'è Ciacco, c'è la parte politica che non ti piace, e poi, alla fine, un riferimento interessante”.

“Una osservazione scientifica?”.

“Quasi. Non una osservazione su un particolare fenomeno fisico, ma alcune deduzioni fatte secondo il pensiero del più sapiente dei sapienti, cioè Aristotele”.

“Oh”.

“Sì: alla fine del suo discorso, Ciacco china la testa e cade al suolo, assieme alle altre anime dannate. Virgilio spiega a Dante che il poveretto non si rialzerà più, fino al suono della tromba del giudizio, quando arriverà, appunto, il giudizio definitivo. A quel punto Dante fa una domanda: vuole sapere se dopo il giudizio universale i dannati soffriranno ancora di più”.

[per ch’io dissi:] «Maestro, esti tormenti
crescerann’ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?».

“Dante sembra un po' preoccupato”.

“Forse sì, o forse è solo curioso. Virgilio, comunque, gli dà una risposta da manuale, perché gli ricorda cosa dice la scienza:”.

Ed elli a me: «Ritorna a tua scienza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza.

Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta».

“Uhm, cos'è che dice questa scienza?”.

“Questa scienza è quella di Aristotele, secondo la quale quanto più una creatura è perfetta, tanto più sentirà il piacere e il dolore”.

“Ah”.

“E anche se i dannati non saranno mai perfetti, dopo il giudizio universale il loro grado di perfezione crescerà, e così il loro dolore. Questo il commento di san Tommaso d'Aquino al De Anima di Aristotele:”.

quanto anima est perfectior, tanto exercet plures perfectas operationes et diversas

“Ehm”.

“Quanto più l'anima è perfetta, tanto più numerose, perfette e diverse sono le sue attività, o le operazioni che esercita”.

“Mh, stiamo usando il termine scienza in modo molto vago, però”.

“Perché ai tempi di Dante non c'era una distinzione più precisa, non esisteva il metodo scientifico”.

“Vabbé, ma cosa c'entra la teoria sull'anima con qualunque tipo di scienza?”.

“Oh, c'entra tanto, perché secondo Aristotele i corpi si muovono sempre per una ragione. Gli oggetti inanimati tendono a raggiungere il loro luogo naturale: per esempio, i corpi pesanti vogliono ricongiungersi alla sfera della terra. Quando si osserva che un corpo si allontana dal luogo naturale a cui appartiene, invece, allora si può sempre risalire a una causa: un motore esterno che trasmette il moto al corpo. Se l'universo fosse composto soltanto da oggetti inanimati, questi tornerebbero alla loro sfera naturale di appartenenza e poi tutto sarebbe in equilibrio, immobile”.

“Ma l'universo non è composto soltanto da oggetti inanimati”.

“Esatto: ci sono anche oggetti dotati di anima”.

“Uh, già, la parola inanimato significa letteralmente senza anima, non immobile”.

“Infatti. Gli oggetti dotati di anima, invece, sono mossi proprio da essa: l'anima è il motore degli esseri viventi”.

“Ma quindi anche gli animali hanno l'anima?”.

“Anche i vegetali”.

“Ah”.

“Ma solo negli uomini l'anima ha funzione razionale. Inoltre l'anima è il motivo per cui esistono gli esseri animati”.

“Beh, grazie”.

“Non è un'ovvietà: l'anima è la causa dell'esistenza. Noi esistiamo perché c'è l'anima. E l'anima è anche il nostro fine”.

“Sia causa che fine?”.

“Eh, sì. I nostri organi esistono in quanto strumenti dell'anima: abbiamo le mani perché abbiamo l'anima. E non solo: l'anima è l'origine del movimento, perché tende verso qualcosa. E tutto ciò che si muove è stato messo in movimento da qualcos'altro, e dunque deve esistere una causa prima di tutti i moti”.

“Cosa?”.

“Beh, Dio. Anche se il Dio immaginato da Aristotele non è quello immaginato da san Tommaso, o da Dante”.

“O forse sì, Dio nessuno l'ha mai visto. Chissà”.

“Chissà”.

martedì 5 aprile 2022

Inferno, canto V

“Il quinto canto dell'Inferno è quello di Paolo e Francesca”.

“Ah, il canto dell'amore”.

“Mica tanto, siamo sempre all'Inferno”.

“Anche questo è vero”.

“Ora: come fanno le anime dannate a sapere dove devono andare? Chi glielo dice? Chi ha detto a Paolo e Francesca di andare nel primo cerchio dell'Inferno?”.

“C'è Minosse che li guida, vero?”.

“C'è Minosse, che giudica le anime e le assegna a una determinata zona. Ma Minosse non parla — o, almeno, non parla con le anime:”.

cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

“Uh, vero, attorciglia la coda”.

“Esatto. Conta con la coda, invece che con le dita”.

“E perché non usa le dita?”.

“Chissà, Dante non lo dice. Potrebbe semplicemente parlare, ma no, non lo fa. Però con Dante parla, quindi è in grado di farlo”.

“E quindi?”.

“Quindi non lo so. I cerchi dell'Inferno sono nove, dunque avrebbe abbastanza dita per numerarli tutti; ma alcuni di essi hanno una struttura più particolareggiata: il settimo cerchio è formato da tre gironi, l'ottavo cerchio da dieci bolge, il nono da quattro zone. Se Minosse volesse essere preciso, avrebbe bisogno di 23 dita”.

“Non gli basterebbero nemmeno le dita dei piedi, ammesso che abbia ancora mani e piedi umane”.

“Dante risolve il problema usando una numerazione in base 1”.

“Ma come in base 1?”.

“Noi siamo soliti utilizzare la base 10, ma non è l'unica esistente. Nei computer viene utilizzata la base 2, per esempio. La base 1 in realtà non è una vera base, è un modo scherzoso per dire che stiamo contando con le dita, o con i giri della coda di Minosse, o con dei sassolini in un sacchetto”.

“Non è gran matematica, questa”.

“No, non molto. Anche se i numeri naturali sono alla base di tutto: Dio ha creato i numeri naturali, tutto il resto è opera dell'uomo, diceva Kronecker”.

“A Dante sarebbe piaciuto”.

“Sicuramente. Tieni anche presente il fatto che la numerazione araba non era ancora molto diffusa: Fibonacci, che l'ha portata in Italia, ha scritto il Liber Abaci nel 1202, e poi ne ha pubblicata una seconda stesura nel 1228. Dante avrebbe potuto conoscerlo, ma non ne fa cenno. Pare che a Firenze l'uso della numerazione araba da parte dei banchieri venne proibito nel 1280, perché lo zero avrebbe creato confusione”.

“Va bene, Dante risolve il problema con la coda di Minosse”.

“Esatto. Ma andiamo avanti, diciamo qualcosa anche di Paolo e Francesca, non possiamo fare finta di niente”.

“Oh, bene”.

“La pena prevista per i lussuriosi è quella di essere trasportati dal vento e di essere sbattuti di qua e di là in continuazione”.

“Beh, non è terribile come altre pene”.

“No, infatti, anche se è pur sempre una pena eterna. Ecco come Dante descrive le anime dannate:”.

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali;

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.

“Gli stornei sono gli stornelli?”.

“Cioè gli storni, sì”.

“Ok, e poi arrivano Paolo e Francesca e fine della matematica”.

“Dopo, sì. Ma qui ci sarebbe qualcosa da dire”.

“Ma cosa vuoi mai che si possa dire di uno stormo di uccelli?”.

“Beh, c'è chi ha avuto un premio Nobel per la fisica partendo proprio da lì, direi che si possa dire tanto. Lo studio dei sistemi complessi è affascinante, complicato, ha a che fare con il caos matematico, la dinamica dei fluidi, le previsioni del tempo, l'auto organizzazione, l'economia, forse l'intelligenza artificiale, e chissà cos'altro ancora. E tutto questo può essere intuito osservando”.

“Oh. Cado come corpo morto cade”.

martedì 22 marzo 2022

Thank you, my friend

Ero in fila al lavaggio auto quando si avvicina un signore che, in inglese, mi chiede come funziona il tutto.

Rendendomi conto che ascoltare qualcuno che parla inglese e parlare inglese sono due cose molto, molto diverse, cerco di spiegargli dove deve mettere i soldi, quale programma deve scegliere, quelle cose lì. Però ora non funziona, gli dico, perché prima deve spostare la macchina un po' più avanti, nella posizione giusta.

Lui dice ah giusto, va verso la macchina, la sposta in avanti. Io lo guardo, la macchina aveva la targa UA, Ucraina.

Va bene qui? Chiede. No, guarda le frecce, rispondo. Ah, ok, dice, e avanza ancora un po'. Le frecce segnalano che lì va bene, e scende. Gli ricordo di chiudere gli specchietti, lui dice ah, giusto, li richiude, ringrazia.

Mentre parte il lavaggio automatico, mi spiega che quella macchina è di una marca di cui non esistono officine in Italia. Credo che la marca fosse MG, ma non ne sono sicuro. Vedi, l'ho presa in Ucraina, dice. Forse avrei dovuto prendere una FIAT. Ride.

Dico, eh, ma poi avresti dovuto frequentare spesso l'officina. O almeno credo di dire così, non sono ben sicuro del mio inglese.

Eh, sono scappato dall'Ucraina, sai, c'è la guerra. You know?

Sì, la guerra, lo so. E poi non so più andare avanti.

E lui continua: sono di Kiev, sono rimasto in città per i primi giorni della guerra, poi c'erano le bombe, ho preso su qualcosa, la macchina, e sono scappato. In macchina c'era una persona con lui, forse la moglie? La figlia? Non è scesa durante il lavaggio, non l'ho vista bene. Penso che sia giovane, se è rimasta dentro l'auto, ma poi penso che anche io a volte rimango dentro e mi diverto quando le spazzole fanno BRRRRR sui vetri, io che sono solo giovane dentro. Guarda che cose si vanno a pensare.

Mi dispiace, dico. Abiti qua a Modena adesso? No, risponde, non proprio a Modena ma in un paese vicino, dice. L'Italia gli ha trovato un appartamento, dice proprio così, l'Italia. Mi hanno dato un appartamento, ripete, ci sono della associazioni che mi hanno dato tutto quello che mi serviva, sono tutti molto gentili, grazie Italia. Grazie.

Ah, bene, ti ricordi che associazione è? No, risponde, non una sola, ce ne sono tante, qualcuna mi ha portato i vestiti, qualcun altra qualcosa da mangiare. Vedi, questa felpa me l'hanno data loro. Aveva una felpa con una piccola pubblicità di una azienda italiana, ora non ricordo quale.

Poi continua: per fortuna non ho bisogno di soldi, ho un lavoro. Sono un marinaio, dice. Dice "sailor", ma da come va avanti sembra più uno che pilota le navi, non ho capito bene. Dice che guida le navi commerciali, e che quindi può lavorare anche se è in Italia. Tra un po' si imbarcherà per andare in Turchia. Per fortuna posso lavorare, ripete.

Intanto la macchina è pronta, lui se ne accorge, e allora mi saluta, mi porge entrambe le mani, e io che non davo la mano a nessuno da febbraio 2020 mi sono sentito un po' strano, poi gliele ho strette tutte e due. E lui dice "thank you my friend". E io dico "good luck". E lui sale in macchina sorridendo.

giovedì 10 marzo 2022

Inferno, canto IV

“Il quarto canto dell'Inferno è il tristissimo canto del limbo”.

“Tristissimo?”.

“Sì, è il canto dell'ingiustizia e della speranza che non si avvera mai. Ci sono i bambini morti prima del battesimo, i giusti che non hanno conosciuto Dio: non sono dannati, ma nemmeno possono andare in Paradiso”.

“Poveretti”.

“E Dante è consapevole di questa ingiustizia:”.

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.

“Vedo”.

“E in questo canto si parla poco di scienza ma molto di scienziati, se vogliamo continuare usare un linguaggio moderno”.

“Ti riferisci alla gente di molto valore?”.

“Sì: questo canto contiene un lungo elenco di nomi. Sono tutti i sapienti che non hanno conosciuto Dio ma che non meritano l'Inferno. Se non ho sbagliato i conti, ho trovato trentanove nomi. Anzi, trentotto espliciti e uno sottinteso”.

“Ah. Chi?”.

“Senti qua:”.

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’io Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno[:]

Il maestro di color che sanno”.

“Lui: Aristotele”.

“Molto bene. E oltre a Aristotele, Socrate e Platone, sono citati altri filosofi?”.

“Sì, certo, ma non solo filosofi. I sapienti, qui, non vengono divisi per discipline: non ci sono discipline nobili e discipline meno nobili, Veri Matematici e ingegneri”.

“Eccoci”.

“Le discipline hanno tutte uguale dignità: c'è Euclide, e c'è Saladino; ci sono Ettore e Cesare, e ci sono delle donne”.

“Uh, niente male”.

“Anche se sono quasi tutte figure mitologiche, nessuna vera scienziata. Comunque, se vogliamo proprio cercare un qualche riferimento matematico o scientifico, abbiamo solo la descrizione del luogo abitato da queste anime nobili:”.

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello.

Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.

“Un castello”.

“Con sette cerchie di mura e sette porte”.

“Perché proprio sette?”.

“Questo non è chiaro. C'è chi ha cercato riferimenti, come per esempio le sette arti liberali, le sette virtù, le sette ripartizioni della filosofia, ma non c'è una interpretazione definitiva. Forse Dante ha usato questo numero perché è bello”.

“Ma come bello?”.

“Sì, forse le mura e le porte sono sette per lo stesso motivo per cui le arti liberali sono sette, o per cui lo sono le virtù, i giorni della settimana, i colori dell'arcobaleno, i doni dello Spirito Santo, i sacramenti, le meraviglie del mondo, e si potrebbe andare avanti tanto su questa strada: sette è un bel numero”.

“Ma cosa ha di speciale, poi?”.

“Eh, è un numero primo, ma non è l'unico, e prima di lui ne ne sono altri: eppure ci piace di più quello”.

“Chissà perché”.

“Non è troppo grande, non è troppo piccolo, non è banale come il 5, chissà. Pensa se la settimana fosse lunga 11 giorni”.

“Terribile. Avrei preferito una settimana di 5 giorni”.

“Oh, sì, sarebbe bello fare festa ogni 5 giorni e non ogni 7. Potrebbe però esserci anche un'altra ragione che rende speciale il numero 7”.

“Quale?”.

“Beh, alcuni antichi sistemi di numerazione erano in base 60…”.

“Ecco un altro numero strano”.

“No, non così tanto: 60 è un numero comodo, perché ha tanti divisori. Per questo viene usato, per esempio, anche per misurare il tempo, o gli angoli: si può dividere in tanti modi in modo esatto”.

“Questo è vero, i suoi divisori sono proprio tanti: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 10, 12, 15, 20, 30, 60”.

“Già. E il primo numero che non lo è…”.

“È proprio 7! Quindi è effettivamente speciale, da un certo punto di vista”.

“Esatto. Ma se la mettiamo su questo piano, quale numero non lo è?”.

venerdì 4 febbraio 2022

Inferno, canto III

“Il terzo canto dell'Inferno è il canto di Caronte, ma è anche il canto della porta infernale”.

“Quella con l'iscrizione famosa”.

“Lei. Che si presenta in maniera solenne, utilizzando ancora una volta il numero tre”.

“Ah. Fammi ripassare…”.

“Eh, sì, la porta dichiara che attraverso di lei si va 1) nella città dolente, 2) ne l'etterno dolore, 3) tra la perduta gente”.

“Giusto”.

“E in più la porta dice di essere stata costruita da 1) la divina podestate, 2) la somma sapienza, 3) il primo amore”.

“Cioè dalla Trinità”.

“Esatto. Il tre è un numero bello, e poi c'è quel dualismo tra bene e male che tornerà anche più avanti”.

“A Dante piacevano le simmetrie”.

“Molto. Poi c'è un accenno all'infinito: prima di lei non fu creato nulla, se non cose eterne, e la porta stessa dura in eterno. C'è un tempo, prima della porta, in cui vengono create le cose che durano per l'eternità, e — immagino, non c'è scritto esplicitamente — un tempo dopo la porta in cui vengono costruite le cose che invece non durano per sempre. Un mondo perfetto e un mondo imperfetto, e la porta sembra segnare il passaggio da uno all'altro”.

“Ok”.

“Poi, dopo la bella descrizione di Caronte, c'è un punto che parla di fenomeni naturali”.

“Ah, e cioè?”.

“Terremoti, e venti”.

“Insieme?”.

“Sì, perché la scienza medievale pensava che i terremoti fossero causati dal vento”.

“Ah”.

“O, meglio, questa del vento era una delle tante teorie, abbracciata da Aristotele che scrive, nella sua Meteorologica, che la terra è infatti in sé secca, ma poiché contiene, a causa delle piogge, una grande quantità di umido, quando è riscaldata dal sole o dal calore in essa contenuto produce una grande quantità di soffio sia all’interno che all’esterno; ed esso o penetra interamente all’interno, o si effonde all’esterno, o si distribuisce in entrambe le direzioni”.

“Il soffio, cioè il vento”.

“Sì, il calore del sole produce quello che lui chiama vapore secco, che si insinua nella terra (cioè nell'intestino della terra), producendo i terremoti. Immagina il vento che proviene dalle viscere della terra come un vento che proviene da un vero intestino”.

“Che schifo”.

“Esattamente: e questo è il motivo per cui dopo i terremoti ci sono le pestilenze. Colpa di quel vento malsano”.

“Tutto torna, peccato che non sia vero”.

“Già. Qui si vede la mancanza del metodo scientifico, che si è sviluppato in seguito, quando i tempi erano più maturi. Questo non vuol dire che la scienza nel medioevo fosse inesistente, o inventata senza criterio. Lascio spiegare questo fatto a qualcuno che lo sa fare bene:”.

Ogni oggetto materiale era considerato come la figurazione di qualcosa che gli corrispondeva su un piano più elevato e che diventava così il suo simbolo. Il simbolismo era universale, e il pensare era una continua scoperta di significati nascosti, una costante "ierofania".

“Chi l'ha scritto?”.

Jacques Le Goff”.

sabato 1 gennaio 2022

Inferno, canto II

“Nel secondo canto dell'Inferno non ci sono degli evidenti riferimenti scientifici”.

“Ah, quindi passiamo al terzo?”.

“No, analizziamo questo più a fondo e troviamo qualche spunto, anche se i collegamenti sono un po' più vaghi rispetto a quelli che abbiamo incontrato nel primo canto”.

“Collegamenti, al plurale? Hai cercato più di uno spunto?”.

“Sì, e ne ho trovati tre”.

“Ah, però. Niente male per un canto senza evidenti riferimenti scientifici. Vediamo un po': qual è il primo argomento?”.

“Ecco qua:”.

"O donna di virtù, sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,

“Suppongo che la donna di virtù possa essere Beatrice ma, cerchi? Di cosa parliamo?”.

“Supponi bene, è Beatrice”.

“E il resto? Cos'è che fa l'umana spezie? Di che cerchi stiamo parlando?”.

“Quei versi dicono che la specie umana supera tutto ciò che è contenuto sotto il cielo che ha la circonferenza minore di tutti gli altri”.

“Eh?”.

“La virtù di Beatrice è così grande che permette alla intera specie umana di elevarsi, di staccarsi dalle cose mondane e di avvicinarsi alle cose spirituali. Nell'universo di Dante la terra si trova al centro, e intorno a essa si trovano le sfere celesti, i cerchi. La prima, quella di raggio minore di tutte, è quella della Luna. Beatrice è così ricca di virtù che riesce a elevare tutta l'umanità al di sopra delle cose materiali, fino al cielo della Luna. Qui ci sarebbe da dire tanto sulla forma dell'universo immaginato da Dante, ma lo faremo a tempo debito (l'abbiamo poi già fatto, in passato, parlando della 3-sfera)”.

“Uh, vero”.

“Bene, qui abbiamo solo un primo accenno alle sfere celesti, e basta così”.

“E il secondo argomento che hai trovato?”.

“Ho trovato l'eliotropismo”.

“A costo di ripetermi: eh?”.

“Questa cosa qui:”.

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca
si drizzan tutti aperti in loro stelo

“I fiori?”.

“I fiori che si aprono, sensibili alla luce del sole”.

“Come i girasoli?”.

Come i girasoli. Solo pochi anni fa hanno scoperto come fanno i fiori a inseguire il sole, dato che non possiedono muscoli: prima non era un fatto chiaro e spiegato bene. Ancora oggi manca qualche cosa, non si è ancora capito tutto”.

“Che roba. Però qui non c'è un gran studio scientifico, ma solo un'osservazione della natura”.

“Certo, anche se l'osservazione della natura è un passo in quella direzione. E ricordiamoci che ai tempi di Dante il metodo scientifico non esisteva ancora, anche se questo non significa che erano tutti ignoranti. Allora si pensava che il mondo lo si potesse comprendere con l'intelletto, cioè con ciò che distingue l'uomo dalle bestie. Ma questo riferimento all'eliotropismo era un po' un pretesto per poter arrivare a tre riferimenti scientifici”.

“Ah. Perché proprio tre?”.

“Perché tre è un numero importante, carico di significati, e perché tre sono le donne a cui Dante fa riferimento in questo canto. Tre donne che donano la grazia all'umanità, in parallelo con le tre persone di cui è composta la Trinità. E anche con le tre fiere incontrate nel canto precedente: la lupa, il leone e la lonza. Qui non c'è scienza da raccontare, a dir la verità, ma c'è soltanto un numero. E che numero…”.

“Uh. Chi sono queste tre donne?”.

“C'è Beatrice, naturalmente. Poi ci sono santa Lucia e Maria. Tre portatrici di grazia divina”.

“Qua si entra nella teologia”.

“Eh, sì. Ci sono vari tipi grazia, e le tre donne ne rappresentano uno ciascuna. Beatrice è la grazia operante, santa Lucia la grazia illuminante, e Maria la grazia preveniente”.

“Benissimo. E con questo terzo argomento abbiamo finito?”.

“Sì, ora possiamo entrare per lo cammino alto e silvestro”.