Come accade ormai da alcuni anni, ho accompagnato una delle mie classi in visita di istruzione a Mirabilandia. Non ridete, ha davvero una parte istruttiva niente male.
Quest'anno la classe con cui ero io ha seguito il percorso matematico, applicando lo studio dell'ellisse alla ruota panoramica (con un po' di dispiacere da parte degli studenti, dato che la ruota non è che sia questa gran attrazione. Poco male, comunque, dato che i ragazzi hanno avuto tutto il tempo, sia prima che dopo la lezione, per divertirsi su tutte le attrazioni da giovani che volevano).
Bene, durante l'attività ho scoperto che a partire da quest'anno Mirabilandia offre anche un percorso di fisica utilizzando, come strumento di misura, il cellulare. Quindi ho subito installato l'app necessaria sul mio telefono e mi sono divertito a fare un po' di misure.
Ecco, ad esempio, il grafico della pressione in funzione del tempo, misurata da una cabina della ruota.
Una sinusoide niente male… Dice l'internet che una variazione di pressione 10 hPa corrisponde a una variazione di altitudine di 80 metri. In effetti i dati reali riportano, per la ruota, un diametro di circa 90 metri.
Mi sono divertito anche a misurare le accelerazioni su attrazioni un po' più movimentate (anche se quelle davvero movimentate non le ho fatte, temo per il mio stomaco). Ecco, ad esempio, il Divertical:
Questi non sono i dati grezzi: ho calcolato il modulo del vettore accelerazione a partire dai dati lungo tre direzioni ortogonali, e li ho integrati un po' con una media trascinata. Sull'asse verticale c'è l'accelerazione, e l'unità corrisponde a un g.
Una botta più secca (e successiva lavata) la si ha sul Niagara:
Qui probabilmente ci sono pochi dati sull'asse dei tempi, le oscillazioni che si vedono sono dovute anche alla troppa discretizzazione. La prossima volta provo a aumentare un po' la velocità di raccolta dei dati.
Se siete ardimentosi e avete fatto misure sul Katun o sull'Ispeed, sarei curioso di vederle…
sabato 31 maggio 2014
sabato 10 maggio 2014
Su una fondamentale applicazione del Theorema Egregium
Il concetto di curvatura è facile da intuire, ma difficile da definire in una maniera gradita ai Veri Matematici.
Ecco un'idea semplice:
La curvatura di una curva corrisponde a quanto deve piegarsi un motociclista per percorrerla. Facile. I flessi sono i punti in cui il pilota cambia inclinazione e si piega dall'altra parte; se il pilota è poco inclinato la curvatura è piccola, se è molto inclinato la curvatura è grande.
Se il pilota mantenesse sempre la stessa inclinazione lo vedremmo descrivere una circonferenza, il cui raggio è tanto più piccolo quanto più il pilota è inclinato. Ecco allora che possiamo legare il concetto di curvatura a quello di circonferenza che meglio approssima (qualunque cosa ciò significhi, la spiegheranno i Veri Matematici) la curva, e quando parliamo di raggio di curvatura intendiamo parlare del raggio di quella particolare circonferenza.
Per esempio, qua sotto c'è una animazione fatta con GeoGebra (e inserita come html5 (credo), se non la vedete fatemi sapere) che mostra il grafico della funzione seno, un punto che si muove su di esso, e il cerchio avente come raggio il raggio di curvatura in quel punto.
Per calcolare la curvatura i Veri Matematici hanno naturalmente sviluppato metodi rigorosi che non fanno uso di piloti di moto, ma ora non ci addentriamo nella questione, perché vogliamo invece passare alle superfici.
Qui le cose si fanno più difficili, perché a seconda della direzione con cui percorriamo la superficie, la curvatura potrebbe cambiare. Ad esempio, prendiamo una superficie a forma di sella.
Possiamo immaginare che sia un passo di montagna: se partiamo da una valle, saliamo fino al valico e poi scendiamo dall'altra parte, la concavità del sentiero che stiamo percorrendo è rivolta verso il basso; viceversa, se partiamo da una cima montuosa e scendiamo fino al valico, per poi salire dall'altra parte, notiamo che la concavità è rivolta verso l'alto: il cerchio che meglio approssima il percorso si trova, in un caso, al di sotto della superficie, e nell'altro caso si trova invece al di sopra.
Bene, quindi come si misura la curvatura di una superficie? Bé, esistono alcuni modi diversi, che mettono in evidenza proprietà diverse delle superfici: ora ci concentriamo su uno solo di questi, detto della curvatura gaussiana.
Metodo che nasce da questo problema: come facciamo ad accorgerci se una superficie è curva oppure no? Capisco che questa domanda possa fare alzare un sopracciglio anche a un vulcaniano addormentato, perciò mi spiego meglio: come facciamo a capire se una superficie è curva o no senza uscire da essa, cioè senza guardarla dall'esterno?
Detto in altri termini: come fanno gli abitanti di Flatlandia a capire se il loro mondo è un piano euclideo, una sfera, oppure una sella come quella disegnata qua sopra? Loro non possono osservarlo dall'esterno, e quindi per loro non è così facile.
Bene, il buon Gauss ha trovato una soluzione (anche) a questo problema. Dopo essere diventato grande e aver smesso di calcolare somme di interi consecutivi, si è dedicato a questa faccenda della curvatura e, all'età di 50 anni, ha scritto un articolo intitolato Disquisitiones generales circa superficies curvas, nel quale si trova la seguente affermazione:
Che significa: cari lettori, se noi prendiamo una superficie curva e la sviluppiamo su una qualunque altra superficie, il calcolo della curvatura come ve l'ho spiegato io nelle righe precedenti non cambia.
E i lettori rispondono: eh?
E Gauss allora spiega meglio: se io prendo questa superficie e riesco, piegandola senza deformazioni, a appiccicarla a un'altra superficie, la curvatura non cambia. Insomma, vedete questo cilindro? Ecco, se io lo taglio in modo da ottenere un rettangolo riesco a appiccicarlo su un piano, e quindi il cilindro e il piano hanno la stessa curvatura.
Grazie, caro Gauss, rispondono i lettori, l'hai tagliato!
Carissimi, riprende Gauss, l'ho tagliato perché le vostre semplici menti si sarebbero trovate in difficoltà con il concetto di isometria locale. Pezzo per pezzo il mio cilindro si può mettere su un piano, quindi pezzo per pezzo ha curvatura uguale a quella del piano: dato che il piano ha curvatura nulla, anche il cilindro ha curvatura nulla pezzo per pezzo. E quindi ha curvatura nulla sempre. Se ci provo con una sfera non ci riesco, nemmeno se taglio pezzi piccoli: devo comunque sempre deformarli per appiccicarli su un piano.
Ah, Gauss, sai che forse abbiamo capito? E come funziona questo tuo calcolo della curvatura?
Ecco, vedete, spiega Gauss, ho scoperto che se definisco come curvatura il prodotto delle due curvature principali, allora questo risultato è indipendente dalle osservazioni che si possono fare dall'esterno sulla superficie in questione. Insomma, è una misura che anche gli abitanti di Flatlandia potrebbero fare.
Bello, ma non sappiamo assolutamente cosa siano le curvature principali, sai?
Avete ragione: si chiamano curvature principali misurate in un punto il massimo valore e il minimo valore della curvatura di una curva contenuta nella superficie e passante per il punto.
Uhm.
Avete presente quella sella di prima? Se vado da una valle all'altra, salgo e poi scendo. Quindi la circonferenza che meglio approssima si trova al di sotto della superficie. Se invece vado da una montagna all'altra, prima scendo e poi salgo: in questo modo la circonferenza che meglio approssima si trova al di sopra della superficie. Ora non sto a tediarvi con questioni di segno, ma capite anche voi che una delle due circonferenze avrà curvatura positiva, l'altra negativa. Quindi il loro prodotto sarà negativo.
E quindi la sella ha una curvatura negativa?
Esattamente. Più precisamente, ha curvatura negativa nel punto in cui la stiamo misurando. Se cambio punto la curvatura potrebbe cambiare. Ma non ci addentriamo troppo in questi discorsi, perché mi è venuta fame. Avete ancora un po' di pizza?
Ehm, certo.
Ecco, bene, perché è con la pizza che il mio teorema trova una fondamentale applicazione.
Eh?
Certo, certo. Osservate questa bella pizza, che superficie occupa?
È un cerchio, no?
Sì, il pizzaiolo è stato molto abile, quando le faccio io sembrano dei frattali.
Eh?
Non importa, qualcosa che studieranno bene in futuro… Dicevo, questa pizza è un cerchio, certo, ma vedete che è appoggiata su un piano, no?
Ovvio.
E quindi ha la stessa curvatura del piano.
Che, secondo quanto hai detto, dovrebbe essere zero, vero?
Esattamente. Allora, secondo il mio egregio teorema, se anche la deformo senza stirarla la curvatura non cambia.
Certo, Gauss, a meno che non sia fatta di gomma.
Questa è un'ottima pizza, non è per niente gommosa. Allora, guardate, ne taglio una bella fetta…
Isometria locale?
Bene, bene, vedo che mi seguite. Questo bello spicchio che ho appena tagliato ha curvatura zero, come l'intero cerchio, e come l'intero piano.
Ok, quindi?
Quindi ora lo piego lungo un raggio con le mani, e lo sollevo dal piatto, vedete?
Cosa?
Vedete che ora ho in mano una superficie curva, no? Che secondo il mio teorema ha ancora curvatura zero.
E quindi?
E quindi io l'ho piegata per tenerla in mano, e allora una delle due curvature principali è aumentata.
Quella lungo la direzione perpendicolare alla piega, che ora assomiglia a una conca, una specie di cilindro.
Proprio così. E dunque, se la mia curvatura, ehm, se la curvatura gaussiana deve rimanere zero, l'altra curvatura principale che valore dovrà avere?
Eh, dovrà essere zero, no? Solo moltiplicando per zero otteniamo zero.
Esatto. Ecco perché piegando uno spicchio di pizza la punta non cade verso il basso: se la curvatura principale in quella direzione deve rimanere zero, la pizza deve stare su. Così ce la possiamo mangiare comodamente con le mani. Gnam.
Ecco un'idea semplice:
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| Grazie a ultimatemotorcycling.com |
La curvatura di una curva corrisponde a quanto deve piegarsi un motociclista per percorrerla. Facile. I flessi sono i punti in cui il pilota cambia inclinazione e si piega dall'altra parte; se il pilota è poco inclinato la curvatura è piccola, se è molto inclinato la curvatura è grande.
Se il pilota mantenesse sempre la stessa inclinazione lo vedremmo descrivere una circonferenza, il cui raggio è tanto più piccolo quanto più il pilota è inclinato. Ecco allora che possiamo legare il concetto di curvatura a quello di circonferenza che meglio approssima (qualunque cosa ciò significhi, la spiegheranno i Veri Matematici) la curva, e quando parliamo di raggio di curvatura intendiamo parlare del raggio di quella particolare circonferenza.
Per esempio, qua sotto c'è una animazione fatta con GeoGebra (e inserita come html5 (credo), se non la vedete fatemi sapere) che mostra il grafico della funzione seno, un punto che si muove su di esso, e il cerchio avente come raggio il raggio di curvatura in quel punto.
Per calcolare la curvatura i Veri Matematici hanno naturalmente sviluppato metodi rigorosi che non fanno uso di piloti di moto, ma ora non ci addentriamo nella questione, perché vogliamo invece passare alle superfici.
Qui le cose si fanno più difficili, perché a seconda della direzione con cui percorriamo la superficie, la curvatura potrebbe cambiare. Ad esempio, prendiamo una superficie a forma di sella.
Possiamo immaginare che sia un passo di montagna: se partiamo da una valle, saliamo fino al valico e poi scendiamo dall'altra parte, la concavità del sentiero che stiamo percorrendo è rivolta verso il basso; viceversa, se partiamo da una cima montuosa e scendiamo fino al valico, per poi salire dall'altra parte, notiamo che la concavità è rivolta verso l'alto: il cerchio che meglio approssima il percorso si trova, in un caso, al di sotto della superficie, e nell'altro caso si trova invece al di sopra.
Bene, quindi come si misura la curvatura di una superficie? Bé, esistono alcuni modi diversi, che mettono in evidenza proprietà diverse delle superfici: ora ci concentriamo su uno solo di questi, detto della curvatura gaussiana.
Metodo che nasce da questo problema: come facciamo ad accorgerci se una superficie è curva oppure no? Capisco che questa domanda possa fare alzare un sopracciglio anche a un vulcaniano addormentato, perciò mi spiego meglio: come facciamo a capire se una superficie è curva o no senza uscire da essa, cioè senza guardarla dall'esterno?
Detto in altri termini: come fanno gli abitanti di Flatlandia a capire se il loro mondo è un piano euclideo, una sfera, oppure una sella come quella disegnata qua sopra? Loro non possono osservarlo dall'esterno, e quindi per loro non è così facile.
Bene, il buon Gauss ha trovato una soluzione (anche) a questo problema. Dopo essere diventato grande e aver smesso di calcolare somme di interi consecutivi, si è dedicato a questa faccenda della curvatura e, all'età di 50 anni, ha scritto un articolo intitolato Disquisitiones generales circa superficies curvas, nel quale si trova la seguente affermazione:
Si superficies curva in quamcumque aliam superficiem explicatur, mensura curvaturae in singulis punctis invariata manet.
Che significa: cari lettori, se noi prendiamo una superficie curva e la sviluppiamo su una qualunque altra superficie, il calcolo della curvatura come ve l'ho spiegato io nelle righe precedenti non cambia.
E i lettori rispondono: eh?
E Gauss allora spiega meglio: se io prendo questa superficie e riesco, piegandola senza deformazioni, a appiccicarla a un'altra superficie, la curvatura non cambia. Insomma, vedete questo cilindro? Ecco, se io lo taglio in modo da ottenere un rettangolo riesco a appiccicarlo su un piano, e quindi il cilindro e il piano hanno la stessa curvatura.
Grazie, caro Gauss, rispondono i lettori, l'hai tagliato!
Carissimi, riprende Gauss, l'ho tagliato perché le vostre semplici menti si sarebbero trovate in difficoltà con il concetto di isometria locale. Pezzo per pezzo il mio cilindro si può mettere su un piano, quindi pezzo per pezzo ha curvatura uguale a quella del piano: dato che il piano ha curvatura nulla, anche il cilindro ha curvatura nulla pezzo per pezzo. E quindi ha curvatura nulla sempre. Se ci provo con una sfera non ci riesco, nemmeno se taglio pezzi piccoli: devo comunque sempre deformarli per appiccicarli su un piano.
Ah, Gauss, sai che forse abbiamo capito? E come funziona questo tuo calcolo della curvatura?
Ecco, vedete, spiega Gauss, ho scoperto che se definisco come curvatura il prodotto delle due curvature principali, allora questo risultato è indipendente dalle osservazioni che si possono fare dall'esterno sulla superficie in questione. Insomma, è una misura che anche gli abitanti di Flatlandia potrebbero fare.
Bello, ma non sappiamo assolutamente cosa siano le curvature principali, sai?
Avete ragione: si chiamano curvature principali misurate in un punto il massimo valore e il minimo valore della curvatura di una curva contenuta nella superficie e passante per il punto.
Uhm.
Avete presente quella sella di prima? Se vado da una valle all'altra, salgo e poi scendo. Quindi la circonferenza che meglio approssima si trova al di sotto della superficie. Se invece vado da una montagna all'altra, prima scendo e poi salgo: in questo modo la circonferenza che meglio approssima si trova al di sopra della superficie. Ora non sto a tediarvi con questioni di segno, ma capite anche voi che una delle due circonferenze avrà curvatura positiva, l'altra negativa. Quindi il loro prodotto sarà negativo.
E quindi la sella ha una curvatura negativa?
Esattamente. Più precisamente, ha curvatura negativa nel punto in cui la stiamo misurando. Se cambio punto la curvatura potrebbe cambiare. Ma non ci addentriamo troppo in questi discorsi, perché mi è venuta fame. Avete ancora un po' di pizza?
Ehm, certo.
Ecco, bene, perché è con la pizza che il mio teorema trova una fondamentale applicazione.
Eh?
Certo, certo. Osservate questa bella pizza, che superficie occupa?
È un cerchio, no?
Sì, il pizzaiolo è stato molto abile, quando le faccio io sembrano dei frattali.
Eh?
Non importa, qualcosa che studieranno bene in futuro… Dicevo, questa pizza è un cerchio, certo, ma vedete che è appoggiata su un piano, no?
Ovvio.
E quindi ha la stessa curvatura del piano.
Che, secondo quanto hai detto, dovrebbe essere zero, vero?
Esattamente. Allora, secondo il mio egregio teorema, se anche la deformo senza stirarla la curvatura non cambia.
Certo, Gauss, a meno che non sia fatta di gomma.
Questa è un'ottima pizza, non è per niente gommosa. Allora, guardate, ne taglio una bella fetta…
Isometria locale?
Bene, bene, vedo che mi seguite. Questo bello spicchio che ho appena tagliato ha curvatura zero, come l'intero cerchio, e come l'intero piano.
Ok, quindi?
Quindi ora lo piego lungo un raggio con le mani, e lo sollevo dal piatto, vedete?
Cosa?
Vedete che ora ho in mano una superficie curva, no? Che secondo il mio teorema ha ancora curvatura zero.
E quindi?
E quindi io l'ho piegata per tenerla in mano, e allora una delle due curvature principali è aumentata.
Quella lungo la direzione perpendicolare alla piega, che ora assomiglia a una conca, una specie di cilindro.
Proprio così. E dunque, se la mia curvatura, ehm, se la curvatura gaussiana deve rimanere zero, l'altra curvatura principale che valore dovrà avere?
Eh, dovrà essere zero, no? Solo moltiplicando per zero otteniamo zero.
Esatto. Ecco perché piegando uno spicchio di pizza la punta non cade verso il basso: se la curvatura principale in quella direzione deve rimanere zero, la pizza deve stare su. Così ce la possiamo mangiare comodamente con le mani. Gnam.
lunedì 28 aprile 2014
Ella
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12037 Saluzzo, Cuneo, Italy
domenica 27 aprile 2014
Mai
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12037 Saluzzo, Cuneo, Italy
mercoledì 16 aprile 2014
La trasformata di Fourier senza parole
martedì 8 aprile 2014
Post con un inizio e senza una fine
E quindi quella volta là non era poi mica la fine. Non lo è nemmeno oggi, del resto.
Come diceva il saggio Oogway, oggi è un dono. Per questo si chiama presente.
Come diceva il saggio Oogway, oggi è un dono. Per questo si chiama presente.
mercoledì 2 aprile 2014
martedì 25 marzo 2014
Un punto fermo — l'appendice
Un attento lettore ha notato una falla nella dimostrazione sul gioco del 15 che ho pubblicato su Un punto fermo. Il Vero Matematico che l'ha scritta è andato in crisi, si è chiuso nella sua stanzetta a meditare, e poi ha scoperto una strada più semplice che conduce allo stesso risultato, mettendo in luce un aspetto che prima era del tutto nascosto.
Eccola qua.
(Mi dicono che se aggiornate la vostra copia del libro dovreste ritrovarvela anche lì, tutto in automagico)
Eccola qua.
(Mi dicono che se aggiornate la vostra copia del libro dovreste ritrovarvela anche lì, tutto in automagico)
martedì 25 febbraio 2014
Un Punto Fermo
Ho scritto un secondo libro.
Questa volta non è di carta, è un ebook, piccolino, pubblicato da 40k. Fa parte della collana Altramatematica di 40k Unofficial, si intitola Un Punto Fermo e parla dell'enigma della scacchiera mutilata, della seconda più bella formula della matematica, dei dadi per giocare a Dungeons and Dragons, del gioco del 15 (con un premio mai riscosso), e dell'avanzata dei soldati nel deserto.
Se siete affezionati lettori di questo blog, molto probabilmente alcune cose le avete già lette. Le ho risistemate un pochino, e raccolte sotto forma di dialogo tra un Vero Matematico e il suo apprendista, che esplorano alcuni problemi apparentemente molto diversi tra loro andando alla ricerca di una costante.
Perché, in fondo, tutti cerchiamo una Costante.
Un Punto Fermo costa 1 euro e 99 centesimi, ed esiste anche grazie a .mau. e a tutti quelli di 40k.
Questa volta non è di carta, è un ebook, piccolino, pubblicato da 40k. Fa parte della collana Altramatematica di 40k Unofficial, si intitola Un Punto Fermo e parla dell'enigma della scacchiera mutilata, della seconda più bella formula della matematica, dei dadi per giocare a Dungeons and Dragons, del gioco del 15 (con un premio mai riscosso), e dell'avanzata dei soldati nel deserto.
Se siete affezionati lettori di questo blog, molto probabilmente alcune cose le avete già lette. Le ho risistemate un pochino, e raccolte sotto forma di dialogo tra un Vero Matematico e il suo apprendista, che esplorano alcuni problemi apparentemente molto diversi tra loro andando alla ricerca di una costante.
Perché, in fondo, tutti cerchiamo una Costante.
Un Punto Fermo costa 1 euro e 99 centesimi, ed esiste anche grazie a .mau. e a tutti quelli di 40k.
sabato 22 febbraio 2014
Un intervento rancoroso fatto da uno che non ne sa niente ma che comunque dice la sua (perché questo è il web, bellezza)
Ho accompagnato un po' di studenti a Milano, alla mostra di Kandinskij Kandinsky insomma, Кандинский. Secondo me (e questo è il parere di un umile insegnante di matematica che di storia dell'arte ne sa poco, che si appassiona, che dà giudizi tipo questo mi piace e questo non mi piace) la mostra è fatta molto bene e vale la pena andarci. Abbiamo avuto una guida molto paziente, gentile, che faceva intervenire gli studenti, che ha spiegato tante cose. La mostra è realizzata (sempre secondo il mio molto modesto parere) bene, ogni quadro è illuminato da un proiettore dedicato, che fa risaltare l'opera lasciando in penombra il resto.
Sono rimasto così favorevolmente colpito dall'allestimento che, a un certo punto, ho preso in mano il cellulare e ho fatto una foto:
Non è stata ritoccata, è un po' sfuocata, il contrasto è tutta opera degli automatismi del cellulare: secondo me rende bene l'idea dell'ottima illuminazione di cui parlavo qualche riga fa.
Ebbene, per questa foto sono stato sgridato da una delle signore della sorveglianza, che velocemente si è avvicinata (marcia rapida, diciamo) per dirmi che era vietato fare foto. Ho avuto l'impressione, dal suo sguardo diretto verso il mio telefono, che fosse sul punto di farmi cancellare la foto, ma alla fine non l'ha fatto. Le ho chiesto scusa, le ho detto che avevo visto una persona con una macchina fotografica poco prima, pensavo di poter fare una foto (ok, in realtà all'entrata c'era un divieto evidente, ma non l'avevo notato). Lei è rimasta un po' interdetta davanti alla notizia di un abusivo con la macchina fotografica, ha borbottato qualcosa e poi si è allontanata.
Ora l'invettiva.
Signori, perché oggi, nel 2014, ancora vi amminchiate con questi divieti inutili? Lo sapete che molti musei concedono l'uso della macchina fotografica, purché sia senza flash in modo da non disturbare le altre persone? Cosa temete? Che danno può farvi una foto come quella qua sopra? Lo so che avete un catalogo in vendita (che, se permettete, ha dei colori più falsati rispetto a quelli della foto, che pure sono falsi) che costa la bellezza di 34 euro, ma pensate che uno possa decidere di comprarlo se gli viene impedito di fotografare?
Lo sapete che su internet si trovano immagini meravigliose, fatte benissimo e, soprattutto, gratuite? Legalmente gratuite, dico.
Fate un giro su wikipaintings, per dire. O provate a usare google.
Tra l'altro il quadro è normalmente esposto a Parigi, al museo Pompidou, dove è permesso fare tutte le foto che si vuole.
[Lo so che il discorso sul fair use in Italia è complesso, e che non funziona come negli Stati Uniti, ma fa molta differenza nel 2014 accedere a un sito italiano o statunitense?]
[Comunque la mostra è molto bella e le persone molto gentili: fateci un salto]
Sono rimasto così favorevolmente colpito dall'allestimento che, a un certo punto, ho preso in mano il cellulare e ho fatto una foto:
Non è stata ritoccata, è un po' sfuocata, il contrasto è tutta opera degli automatismi del cellulare: secondo me rende bene l'idea dell'ottima illuminazione di cui parlavo qualche riga fa.
Ebbene, per questa foto sono stato sgridato da una delle signore della sorveglianza, che velocemente si è avvicinata (marcia rapida, diciamo) per dirmi che era vietato fare foto. Ho avuto l'impressione, dal suo sguardo diretto verso il mio telefono, che fosse sul punto di farmi cancellare la foto, ma alla fine non l'ha fatto. Le ho chiesto scusa, le ho detto che avevo visto una persona con una macchina fotografica poco prima, pensavo di poter fare una foto (ok, in realtà all'entrata c'era un divieto evidente, ma non l'avevo notato). Lei è rimasta un po' interdetta davanti alla notizia di un abusivo con la macchina fotografica, ha borbottato qualcosa e poi si è allontanata.
Ora l'invettiva.
Signori, perché oggi, nel 2014, ancora vi amminchiate con questi divieti inutili? Lo sapete che molti musei concedono l'uso della macchina fotografica, purché sia senza flash in modo da non disturbare le altre persone? Cosa temete? Che danno può farvi una foto come quella qua sopra? Lo so che avete un catalogo in vendita (che, se permettete, ha dei colori più falsati rispetto a quelli della foto, che pure sono falsi) che costa la bellezza di 34 euro, ma pensate che uno possa decidere di comprarlo se gli viene impedito di fotografare?
Lo sapete che su internet si trovano immagini meravigliose, fatte benissimo e, soprattutto, gratuite? Legalmente gratuite, dico.
Fate un giro su wikipaintings, per dire. O provate a usare google.
Tra l'altro il quadro è normalmente esposto a Parigi, al museo Pompidou, dove è permesso fare tutte le foto che si vuole.
[Lo so che il discorso sul fair use in Italia è complesso, e che non funziona come negli Stati Uniti, ma fa molta differenza nel 2014 accedere a un sito italiano o statunitense?]
[Comunque la mostra è molto bella e le persone molto gentili: fateci un salto]
venerdì 21 febbraio 2014
venerdì 24 gennaio 2014
martedì 14 gennaio 2014
Le proprietà dell'ellisse dimostrate senza parole
GnuGnu mi ha mandato un'animazione GeoGebra che illustra e dimostra senza parole un po' di proprietà dell'ellisse. Abilitate pure java e gustatevela qua sotto:
venerdì 10 gennaio 2014
L'ellisse del giardiniere
Una definizione di ellisse dice:
E cioè:
i punti A e B sono fissi, e si chiamano fuochi; le due distanze PA e PB variano al variare di P sulla curva, ma la somma PA + PB rimane sempre costante.
Quindi è possibile costruire un'ellisse in questo modo: si prende una corda non elastica, di lunghezza pari a PA + PB e se ne fissano le estremità nei punti A e B (per esempio legando la corda a due pioli piantati nel terreno). Utilizzando uno strumento in grado di lasciare una traccia si può ora disegnare l'ellisse: basta tenere la corda sempre tesa e fare scorrere lo strumento..
Questo metodo viene detto ellisse del giardiniere perché pare che[citation needed] venga utilizzato proprio dai giardinieri per costruire aiuole ellittiche.
Qui sotto (se tutto funziona) (forse dovete dire al vostro sistema di fidarsi del codice java che deve essere caricato) (fidatevi) ci dovrebbe essere una animazione che mostra il tutto: la lunghezza della spezzata rossa rimane sempre costante.
l'ellisse è il luogo dei punti del piano per i quali rimane costante la somma delle distanze da due punti, detti fuochi.
E cioè:
i punti A e B sono fissi, e si chiamano fuochi; le due distanze PA e PB variano al variare di P sulla curva, ma la somma PA + PB rimane sempre costante.
Quindi è possibile costruire un'ellisse in questo modo: si prende una corda non elastica, di lunghezza pari a PA + PB e se ne fissano le estremità nei punti A e B (per esempio legando la corda a due pioli piantati nel terreno). Utilizzando uno strumento in grado di lasciare una traccia si può ora disegnare l'ellisse: basta tenere la corda sempre tesa e fare scorrere lo strumento..
Questo metodo viene detto ellisse del giardiniere perché pare che[citation needed] venga utilizzato proprio dai giardinieri per costruire aiuole ellittiche.
Qui sotto (se tutto funziona) (forse dovete dire al vostro sistema di fidarsi del codice java che deve essere caricato) (fidatevi) ci dovrebbe essere una animazione che mostra il tutto: la lunghezza della spezzata rossa rimane sempre costante.
giovedì 19 dicembre 2013
Altramatematica
Come probabilmente avrete già letto qua e là in giro per l'internet, oggi è stato annunciato ufficialmente il lancio della collana Altramatematica, della casa editrice 40k Unofficial, un progetto di Bookrepublic.
Si tratta di una collana di ebook che parlano principalmente di matematica, fisica e informatica: non roba pesante, però. Il nome della casa editrice, 40k, dà un'idea delle dimensioni di ogni ebook: più o meno 40000 battute.
Anche il tono sarà leggero, perché tra gli autori sono gente strana: c'è il curatore della collana, .mau., con Matematica e infinito, c'è Peppe Liberti, con Più per meno diviso, ci saranno Paolo Alessandrini e i Rudi Mathematici.
Bé, tra qualche giorno ci sarò anche io.
Divertitevi.
Si tratta di una collana di ebook che parlano principalmente di matematica, fisica e informatica: non roba pesante, però. Il nome della casa editrice, 40k, dà un'idea delle dimensioni di ogni ebook: più o meno 40000 battute.
Anche il tono sarà leggero, perché tra gli autori sono gente strana: c'è il curatore della collana, .mau., con Matematica e infinito, c'è Peppe Liberti, con Più per meno diviso, ci saranno Paolo Alessandrini e i Rudi Mathematici.
Bé, tra qualche giorno ci sarò anche io.
Divertitevi.
martedì 26 novembre 2013
La vita privata nell'epoca della sua riproducibilità tecnica
Si dice che nell'epoca di internet se uno vuole tenere per sé le sue faccende private non le deve mettere in rete. Bene, ora violerò questo saggio consiglio.
Sono un matematico estroverso, uno di quelli che quando parla con qualcuno guarda le scarpe dell'altro. Ho parlato, qui sul blog e anche sui socialini che frequento, di mia moglie, la Signora, che tra l'altro qui compare ancora come collaboratrice.
Bene, i fatti della vita (quelli, sì, rimangono privati) ci hanno portati ad allontanarci troppo. Ora lei non abita più con me.
Amici: non ce la farò a parlare a tutte le vostre scarpe, a spiegare e a raccontare. Portate pazienza. Un "come va?" e un pat-pat sono sempre graditi, comunque.
Amici elettronici: non ci siamo mai visti, ma visto che condividiamo una piccolissima parte delle nostre storie, ecco, ora sapete.
Studenti, colleghi: portate pazienza se dico cose strane o se sorrido meno.
C'è, comunque, una frase che rispecchia il mio modo di vivere e che mi guiderà ancora. È questa:
Tutto andrà bene, alla fine. Se non va bene, non è la fine.
Sono un matematico estroverso, uno di quelli che quando parla con qualcuno guarda le scarpe dell'altro. Ho parlato, qui sul blog e anche sui socialini che frequento, di mia moglie, la Signora, che tra l'altro qui compare ancora come collaboratrice.
Bene, i fatti della vita (quelli, sì, rimangono privati) ci hanno portati ad allontanarci troppo. Ora lei non abita più con me.
Amici: non ce la farò a parlare a tutte le vostre scarpe, a spiegare e a raccontare. Portate pazienza. Un "come va?" e un pat-pat sono sempre graditi, comunque.
Amici elettronici: non ci siamo mai visti, ma visto che condividiamo una piccolissima parte delle nostre storie, ecco, ora sapete.
Studenti, colleghi: portate pazienza se dico cose strane o se sorrido meno.
C'è, comunque, una frase che rispecchia il mio modo di vivere e che mi guiderà ancora. È questa:
Tutto andrà bene, alla fine. Se non va bene, non è la fine.
giovedì 14 novembre 2013
Sui pregiudizi concettuali, ovvero Newton che si ribalta nella tomba
«E, dunque, dato che l'ellisse, la parabola e l'iperbole si ottengono tutte sezionando un cono in vari modi, queste curve vengono dette coniche».
«Ma, prof, di fronte a un grafico che ne mostra solo una parte è difficile distinguerle, vero?».
«Eh, sì, si assomigliano molto. Per esempio, vi ricorderete dalla fisica che avete studiato al biennio che se prendete un sasso e lo lanciate, cadrà lungo una traiettoria parabolica[citation needed]».
«Uhm, può darsi».
«Ma sì, dai, una componente ha moto uniforme, l'altra moto uniformemente accelerato, la curva è una parabola, avrete pure calcolato la gittata, cose così».
«Ah, sì, è vero».
«Ecco, in realtà non è così. Se io faccio un disegnino non in scala, ecco… questa è la terra, questo è il sasso che cade da una torre altissima, la traiettoria in realtà è ellittica».
«Ah, ma allora abbiamo imparato cose sbagliate?».
«Ma no, in un mondo piatto in cui l'accelerazione di gravità è costante, la traiettoria è davvero parabolica. Se non lanciamo un sasso da un'altezza incredibile, ma ci limitiamo a quote normali, non riusciamo a distinguere la parabola dall'ellisse: si assomigliano molto. Se invece lanciamo il sasso da molto in alto e molto lontano potrebbe anche entrare in orbita, ad esempio».
«Uhm».
«Naturalmente se trascuriamo tutto ciò che possiamo, cioè se non consideriamo l'aria, ci mettiamo in una situazione ideale, eccetera. In teoria potremmo lanciare il sasso, girarci indietro, aspettare un po' e riprenderlo al volo. Il sasso è diventato un satellite. Per renderlo geostazionario, come i satelliti che usiamo per le trasmissioni televisive, dobbiamo invece portarlo molto distante dal centro della terra. Sapete come funzionano i satelliti geostazionari?».
«Sono fermi».
«Bé, diciamo che sono fermi rispetto a un osservatore che si trova sulla terra, in realtà ruotano insieme alla terra».
«No, no, prof, io volevo dire che sono proprio fermi».
«Ma no! Scusa, come fanno a stare fermi?».
«Eh, sono lontani, dove non c'è gravità, stanno fermi».
«…».
«Prof, perché mi puntina?[1] Cosa ho detto?».
«Ma i satelliti non sono fermi! Se fossero fermi cadrebbero, no?».
«No, prof, non cadono perché non c'è gravità».
«Ma come fa a non esserci gravità?».
«Eh, oh, non c'è aria, non c'è gravità, scusi».
«NOAOAOAO».
«No?».
«Proprio no! Secondo te per mettere un satellite in orbita si spara un missile in verticale, si arriva alla posizione giusta, ci si ferma, si molla lì il satellite e si torna indietro?».
«Certo, c'è un altro modo?».
Ecco.
«Ma, prof, di fronte a un grafico che ne mostra solo una parte è difficile distinguerle, vero?».
«Eh, sì, si assomigliano molto. Per esempio, vi ricorderete dalla fisica che avete studiato al biennio che se prendete un sasso e lo lanciate, cadrà lungo una traiettoria parabolica[citation needed]».
«Uhm, può darsi».
«Ma sì, dai, una componente ha moto uniforme, l'altra moto uniformemente accelerato, la curva è una parabola, avrete pure calcolato la gittata, cose così».
«Ah, sì, è vero».
«Ecco, in realtà non è così. Se io faccio un disegnino non in scala, ecco… questa è la terra, questo è il sasso che cade da una torre altissima, la traiettoria in realtà è ellittica».
«Ah, ma allora abbiamo imparato cose sbagliate?».
«Ma no, in un mondo piatto in cui l'accelerazione di gravità è costante, la traiettoria è davvero parabolica. Se non lanciamo un sasso da un'altezza incredibile, ma ci limitiamo a quote normali, non riusciamo a distinguere la parabola dall'ellisse: si assomigliano molto. Se invece lanciamo il sasso da molto in alto e molto lontano potrebbe anche entrare in orbita, ad esempio».
«Uhm».
«Naturalmente se trascuriamo tutto ciò che possiamo, cioè se non consideriamo l'aria, ci mettiamo in una situazione ideale, eccetera. In teoria potremmo lanciare il sasso, girarci indietro, aspettare un po' e riprenderlo al volo. Il sasso è diventato un satellite. Per renderlo geostazionario, come i satelliti che usiamo per le trasmissioni televisive, dobbiamo invece portarlo molto distante dal centro della terra. Sapete come funzionano i satelliti geostazionari?».
«Sono fermi».
«Bé, diciamo che sono fermi rispetto a un osservatore che si trova sulla terra, in realtà ruotano insieme alla terra».
«No, no, prof, io volevo dire che sono proprio fermi».
«Ma no! Scusa, come fanno a stare fermi?».
«Eh, sono lontani, dove non c'è gravità, stanno fermi».
«…».
«Prof, perché mi puntina?[1] Cosa ho detto?».
«Ma i satelliti non sono fermi! Se fossero fermi cadrebbero, no?».
«No, prof, non cadono perché non c'è gravità».
«Ma come fa a non esserci gravità?».
«Eh, oh, non c'è aria, non c'è gravità, scusi».
«NOAOAOAO».
«No?».
«Proprio no! Secondo te per mettere un satellite in orbita si spara un missile in verticale, si arriva alla posizione giusta, ci si ferma, si molla lì il satellite e si torna indietro?».
«Certo, c'è un altro modo?».
Ecco.
lunedì 28 ottobre 2013
Inclusione—esclusione, parte 4: la soluzione del quesito
«Applichiamo il principio di inclusione-esclusione alla soluzione di questo quesito: sapendo che ci sono 168 numeri primi minori di 1000, quanti sono i numeri primi da ingegnere minori di 1000? Con numero primo da ingegnere intendiamo ogni numero composito non divisibile per 2, per 3 e per 5».
«Poveri ingegneri…».
«Ma no, hanno le spalle robuste. Poi, con le calcolatrici si sbagliano anche meno, adesso».
«MA DAI!».
«Ok, ok, la smetto. Risolviamo il quesito, allora?».
«Forse è meglio. Da dove cominciamo?».
«Cominciamo a contare: quanti sono i numeri divisibili per 2 minori di 1000?».
«Facile, 500».
«Sbagliato! Minori di 1000, non minori o uguali!».
«Ah. Allora, ci sono 999 numeri minori di 1000, quelli pari sono 499».
«Oh, andiamo meglio. Bisogna prendere la parte intera inferiore di 999/2, cioè bisogna buttare via i decimali senza approssimare».
«Ho capito».
«Quanti sono, allora, i numeri divisibili per 3 minori di 1000?».
«Sono la parte intera inferiore di 999/3, cioè 333».
«E quelli divisibili per 5?».
«Sono la parte intera inferiore di 999/5, cioè 199».
«Perfetto. È come se avessimo tre insiemi A, B e C, tali che |A| = 499, |B| = 333 e |C| = 199».
«Ah, ho capito: per trovare i numeri divisibili per 2, 3 oppure 5 non possiamo semplicemente sommare questi valori, perché alcuni numeri verrebbero contati due volte. Per esempio 6 sta sia in A che in B».
«Proprio così, dobbiamo quindi sottrarre |A∩B|, |A∩C| e |B∩C|».
«Vediamo, i numeri che stanno sia in A che in B sono quelli divisibili sia per 2 che per 3».
«Cioè sono quelli divisibili per 6».
«Giusto: sono la parte intera inferiore di 999/6, cioè 166».
«Poi ci sono quelli divisibili per 2 e per 5».
«Sono quelli divisibili per 10, e sono quindi la parte intera inferiore di 999/10, cioè 99».
«E infine ci sono quelli divisibili per 3 e per 5».
«Che sono la parte intera inferiore di 999/15, cioè 66».
«Ma ancora non basta: se sottraiamo questi valori, togliamo troppo. Cosa dobbiamo riaggiungere?».
«Tutti i numeri divisibili per 2, 3 e 5, cioè quelli divisibili per 30. Sono la parte intera inferiore di 999/30, cioè 33».
«Quindi il calcolo finale che risultato ti dà?».
«Allora, vediamo: ho calcolato che ci sono 499 + 333 + 199 - 166 - 99 - 66 + 33 = 733 numeri divisibili per 2, per 3 oppure per 5».
«Quindi quanti sono i numeri primi da ingegnere?».
«Ho 999 numeri che vanno da 1 a 999; escludo 1 che non è primo e non è composito, e questo dovrebbe saperlo anche un ingegnere».
«Ah, ti metti a fare battute anche tu!».
«Ehm, mi è scappata. Dicevo, escludo 1 e mi rimangono 998 numeri. Sottraggo i numeri divisibili per 2, 3 oppure 5, che sono 733, e mi rimangono 265 numeri. Sottraggo anche i 168 numeri primi compresi tra 1 e 100…».
«Attenzione!».
«Cosa succede?».
«Tra i 168 numeri primi che stai sottraendo ci sono anche 2, 3 e 5».
«Ah, cavolo!».
«Non li puoi sottrarre due volte».
«Giusto, quindi da 265 non devo sottrarre 168, ma 165: mi rimane 100».
«Che è la soluzione giusta: ci sono 100 numeri primi da ingegnere minori di 1000».
«Sono tanti! Poveri ingegneri, chissà quanti errori faranno… Per fortuna hanno le calcolatrici».
«Per fortuna».
«Poveri ingegneri…».
«Ma no, hanno le spalle robuste. Poi, con le calcolatrici si sbagliano anche meno, adesso».
«MA DAI!».
«Ok, ok, la smetto. Risolviamo il quesito, allora?».
«Forse è meglio. Da dove cominciamo?».
«Cominciamo a contare: quanti sono i numeri divisibili per 2 minori di 1000?».
«Facile, 500».
«Sbagliato! Minori di 1000, non minori o uguali!».
«Ah. Allora, ci sono 999 numeri minori di 1000, quelli pari sono 499».
«Oh, andiamo meglio. Bisogna prendere la parte intera inferiore di 999/2, cioè bisogna buttare via i decimali senza approssimare».
«Ho capito».
«Quanti sono, allora, i numeri divisibili per 3 minori di 1000?».
«Sono la parte intera inferiore di 999/3, cioè 333».
«E quelli divisibili per 5?».
«Sono la parte intera inferiore di 999/5, cioè 199».
«Perfetto. È come se avessimo tre insiemi A, B e C, tali che |A| = 499, |B| = 333 e |C| = 199».
«Ah, ho capito: per trovare i numeri divisibili per 2, 3 oppure 5 non possiamo semplicemente sommare questi valori, perché alcuni numeri verrebbero contati due volte. Per esempio 6 sta sia in A che in B».
«Proprio così, dobbiamo quindi sottrarre |A∩B|, |A∩C| e |B∩C|».
«Vediamo, i numeri che stanno sia in A che in B sono quelli divisibili sia per 2 che per 3».
«Cioè sono quelli divisibili per 6».
«Giusto: sono la parte intera inferiore di 999/6, cioè 166».
«Poi ci sono quelli divisibili per 2 e per 5».
«Sono quelli divisibili per 10, e sono quindi la parte intera inferiore di 999/10, cioè 99».
«E infine ci sono quelli divisibili per 3 e per 5».
«Che sono la parte intera inferiore di 999/15, cioè 66».
«Ma ancora non basta: se sottraiamo questi valori, togliamo troppo. Cosa dobbiamo riaggiungere?».
«Tutti i numeri divisibili per 2, 3 e 5, cioè quelli divisibili per 30. Sono la parte intera inferiore di 999/30, cioè 33».
«Quindi il calcolo finale che risultato ti dà?».
«Allora, vediamo: ho calcolato che ci sono 499 + 333 + 199 - 166 - 99 - 66 + 33 = 733 numeri divisibili per 2, per 3 oppure per 5».
«Quindi quanti sono i numeri primi da ingegnere?».
«Ho 999 numeri che vanno da 1 a 999; escludo 1 che non è primo e non è composito, e questo dovrebbe saperlo anche un ingegnere».
«Ah, ti metti a fare battute anche tu!».
«Ehm, mi è scappata. Dicevo, escludo 1 e mi rimangono 998 numeri. Sottraggo i numeri divisibili per 2, 3 oppure 5, che sono 733, e mi rimangono 265 numeri. Sottraggo anche i 168 numeri primi compresi tra 1 e 100…».
«Attenzione!».
«Cosa succede?».
«Tra i 168 numeri primi che stai sottraendo ci sono anche 2, 3 e 5».
«Ah, cavolo!».
«Non li puoi sottrarre due volte».
«Giusto, quindi da 265 non devo sottrarre 168, ma 165: mi rimane 100».
«Che è la soluzione giusta: ci sono 100 numeri primi da ingegnere minori di 1000».
«Sono tanti! Poveri ingegneri, chissà quanti errori faranno… Per fortuna hanno le calcolatrici».
«Per fortuna».
venerdì 25 ottobre 2013
Inclusione—esclusione, parte 3: con quattro è difficile anche fare i disegni
«Non vorrai fare i conti con quattro insiemi, adesso?».
«Sì, ma non è un problema fare i conti. È più complicato fare il disegno».
«Uh, davvero?».
«Davvero. Quante zone si possono avere intersecando quattro insiemi?».
«Compresa la zona esterna, 24, cioè 16».
«Bene, se provi a disegnarle nella maniera che ti verrebbe naturale, non ce la fai a farle tutte».
«Davvero?».
«Prova».
«No, no, mi fido… Ma quindi come si fa il disegno?».
«Ci sono varie possibilità; quella proposta da Venn è la seguente:».
«Venn? Quello dei diagrammi di Eulero-Venn?».
«Lui. Del resto, questi disegnini che stiamo facendo sono proprio quei diagrammi».
«Ah, ecco. Comunque quel disegno è proprio brutto, eh».
«Sono d'accordo. Se ne vuoi uno più bello devi passare in tre dimensioni e intersecare quattro sfere».
«Brr, no, no, va bene così».
«Facciamo i conti, allora?».
«Facciamoli. Con 16 zone mi sa che si complicheranno un po'».
«Un pochino, ma non tanto se capiamo come funziona il meccanismo. Ripensiamo al sistema dei gettoni che abbiamo utilizzato con due e tre insiemi».
«Ok».
«Allora, quando mi dicono che gli elementi di A sono tot, io conto tante zone: riesci a elencarle tutte?».
«Credo di sì, sono tutte le combinazioni in cui compare A e non il suo complementare. Eccole qua:».
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D.
«Bene, sono loro. Metterai dunque un gettone in ognuna di queste; quando dovrai tener conto di B metterai altri 8 gettoni in altrettante zone, tutte quelle che corrispondono a combinazioni in cui compare B e non il suo complementare».
«Stessa cosa per C e per D».
«Esatto. Ora prendo una combinazione a caso, per esempio questa: A∩B∩C∩D. Sai dirmi quanti gettoni avrà?».
«Uhm, direi due: uno che viene messo quando conto gli elementi di A, e uno per gli elementi di D».
«Benissimo. Due gettoni sono però troppi, ne dovremo poi togliere uno».
«Come abbiamo fatto l'altra volta».
«Sì, e come l'altra volta, però, dobbiamo stare attenti. Se sottraiamo gli elementi di A∩D, perché li abbiamo contati due volte, sottraiamo un gettone a tutte queste zone:».
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D.
«Giusto. E allora come si fa?».
«E allora si ripresenta il problema di prima: se sottraiamo troppo, dobbiamo tornare ad aggiungere».
«Ah-ha! Ogni volta ci riconduciamo al caso precedente».
«Esatto. Prima sommiamo gli elementi dei quattro insiemi, poi sottraiamo gli elementi che stanno nelle intersezioni di due insiemi, poi riaggiungiamo gli elementi che stanno nelle intersezioni di tre insiemi, e infine sottraiamo gli elementi che stanno nell'intersezione di tutti e quattro».
«Ho capito, provo a scrivere la formula:».
|A∪B∪C∪D| =
= |A| + |B| + |C| + |D|
-|A∩B| - |A∩C| - |A∩D| - |B∩C| - |B∩D| - |C∩D|
+|A∩B∩C| + |A∩B∩D| + |A∩C∩D| + |B∩C∩D|
-|A∩B∩C∩D|.
«Benissimo. Ora hai anche capito come si generalizza a un numero qualsiasi di elementi: si ripete il procedimento sempre alla stessa maniera. Questa regola viene detta principio di inclusione-esclusione, e viene utilizzata per risolvere molti problemi».
«Per esempio?».
«Per esempio questo: sapendo che ci sono 168 numeri primi minori di 1000, quanti sono i numeri primi da ingegnere minori di 1000?».
«Cosa sono i numeri primi da ingegnere?».
«Sono numeri compositi ma non divisibili per 2, per 3 e per 5. Tipo 49».
«Sì, ma non è un problema fare i conti. È più complicato fare il disegno».
«Uh, davvero?».
«Davvero. Quante zone si possono avere intersecando quattro insiemi?».
«Compresa la zona esterna, 24, cioè 16».
«Bene, se provi a disegnarle nella maniera che ti verrebbe naturale, non ce la fai a farle tutte».
«Davvero?».
«Prova».
«No, no, mi fido… Ma quindi come si fa il disegno?».
«Ci sono varie possibilità; quella proposta da Venn è la seguente:».
«Venn? Quello dei diagrammi di Eulero-Venn?».
«Lui. Del resto, questi disegnini che stiamo facendo sono proprio quei diagrammi».
«Ah, ecco. Comunque quel disegno è proprio brutto, eh».
«Sono d'accordo. Se ne vuoi uno più bello devi passare in tre dimensioni e intersecare quattro sfere».
«Brr, no, no, va bene così».
«Facciamo i conti, allora?».
«Facciamoli. Con 16 zone mi sa che si complicheranno un po'».
«Un pochino, ma non tanto se capiamo come funziona il meccanismo. Ripensiamo al sistema dei gettoni che abbiamo utilizzato con due e tre insiemi».
«Ok».
«Allora, quando mi dicono che gli elementi di A sono tot, io conto tante zone: riesci a elencarle tutte?».
«Credo di sì, sono tutte le combinazioni in cui compare A e non il suo complementare. Eccole qua:».
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D.
«Bene, sono loro. Metterai dunque un gettone in ognuna di queste; quando dovrai tener conto di B metterai altri 8 gettoni in altrettante zone, tutte quelle che corrispondono a combinazioni in cui compare B e non il suo complementare».
«Stessa cosa per C e per D».
«Esatto. Ora prendo una combinazione a caso, per esempio questa: A∩B∩C∩D. Sai dirmi quanti gettoni avrà?».
«Uhm, direi due: uno che viene messo quando conto gli elementi di A, e uno per gli elementi di D».
«Benissimo. Due gettoni sono però troppi, ne dovremo poi togliere uno».
«Come abbiamo fatto l'altra volta».
«Sì, e come l'altra volta, però, dobbiamo stare attenti. Se sottraiamo gli elementi di A∩D, perché li abbiamo contati due volte, sottraiamo un gettone a tutte queste zone:».
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D,
A∩B∩C∩D.
«Giusto. E allora come si fa?».
«E allora si ripresenta il problema di prima: se sottraiamo troppo, dobbiamo tornare ad aggiungere».
«Ah-ha! Ogni volta ci riconduciamo al caso precedente».
«Esatto. Prima sommiamo gli elementi dei quattro insiemi, poi sottraiamo gli elementi che stanno nelle intersezioni di due insiemi, poi riaggiungiamo gli elementi che stanno nelle intersezioni di tre insiemi, e infine sottraiamo gli elementi che stanno nell'intersezione di tutti e quattro».
«Ho capito, provo a scrivere la formula:».
|A∪B∪C∪D| =
= |A| + |B| + |C| + |D|
-|A∩B| - |A∩C| - |A∩D| - |B∩C| - |B∩D| - |C∩D|
+|A∩B∩C| + |A∩B∩D| + |A∩C∩D| + |B∩C∩D|
-|A∩B∩C∩D|.
«Benissimo. Ora hai anche capito come si generalizza a un numero qualsiasi di elementi: si ripete il procedimento sempre alla stessa maniera. Questa regola viene detta principio di inclusione-esclusione, e viene utilizzata per risolvere molti problemi».
«Per esempio?».
«Per esempio questo: sapendo che ci sono 168 numeri primi minori di 1000, quanti sono i numeri primi da ingegnere minori di 1000?».
«Cosa sono i numeri primi da ingegnere?».
«Sono numeri compositi ma non divisibili per 2, per 3 e per 5. Tipo 49».
mercoledì 23 ottobre 2013
Inclusione—esclusione, parte 2: con tre le cose si complicano
«Nella solita classe abbiamo, questa volta, 10 studenti che giocano a pallavolo, 11 che suonano la chitarra e 9 che fanno parte del gruppo teatrale».
«Sì, vabbé, te la sogni una classe così».
«Ok, ok, è un esempio. Ogni riferimento con la realtà è assolutamente casuale».
«Va bene. Allora, ci saranno studenti che giocano a pallavolo e suonano la chitarra, ad esempio, altri che giocano e fanno teatro, e così via».
«Infatti, abbiamo varie possibilità. Quante?».
«Uhm, aspetta che le conto».
«Contale con l'idea di poter poi generalizzare in futuro».
«Non credo di saperlo fare».
«Cominciamo col dare un nome agli insiemi: A sono i pallavolisti, B i chitarristi e C gli attori».
«Va bene».
«Se facciamo un disegnino con gli insiemi, quante zone si creeranno?».
«Aspetta che le conto».
«Contale con l'idea di poter poi generalizzare in futuro».
«Ma allora è un vizio!».
«Eh, sì. Dai, prova».
«Uff. Allora, parto dal centro, c'è la zona in comune ai tre insiemi».
«Come la indichiamo?».
«Con A∩B∩C».
«Perfetto. Poi?».
«Poi ci saranno quelli che fanno due attività».
«Cosa significa? Almeno due, al più due, esattamente due?».
«Mamma mia quanto siete pignoli voi Veri Matematici! Ci sono quelli che fanno esattamente due attività, ok?».
«Bene, e come li indichiamo?».
«Mh, quelli che giocano a pallavolo e suonano la chitarra potremmo indicarli con A∩B, no?».
«No, con quel simbolo comprendi anche quelli che giocano a pallavolo, suonano la chitarra e eventualmente fanno teatro».
«Ah, allora dovrei escludere C da A∩B, ma come faccio?».
«Escludere C significa prendere gli elementi che non stanno in C, cioè che stanno fuori da C».
«Se non sbaglio, stiamo parlando dell'insieme complementare di C, vero?».
«Esatto: lo indichiamo con C».
«Ah, ecco. Allora l'insieme di quelli che giocano a pallavolo e suonano la chitarra diventa A∩B∩C».
«Molto bene. Come indichiamo gli altri insiemi composti da studenti che fanno esattamente due attività?».
«Saranno questi: A∩B∩C e A∩B∩C».
«Benissimo. Poi ci saranno gli insiemi che contengono studenti che svolgono una sola attività».
«Cioè pallavolo e non chitarra e non teatro, oppure chitarra e non pallavolo e non teatro, oppure teatro e non chitarra e non pallavolo: ho capito! In simboli è molto facile:».
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C.
«Ottimo. Ora facciamo un riassunto: abbiamo tre lettere, A, B e C, e le loro negazioni A, B e C. Possiamo combinarle come vogliamo, purché compaiano tutte, o negate o non negate».
«In sostanza, abbiamo queste possibilità:».
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C.
«Molto bene. Ah, cosa rappresenta l'ultima possibilità?».
«Uhm… sì, ci sono! Sono gli studenti lavativi, quelli che non fanno nulla».
«Dai, diciamo che sono quelli che studiano».
«Ecco, diciamo così».
«Ma eravamo rimasti all'idea di generalizzare: quante combinazioni abbiamo?».
«Allora, per ogni lettera abbiamo due possibilità: possiamo negarla oppure no. Quindi due possibilità per la prima lettera, due per la seconda, due per la terza, totale 23, cioè 8».
«Ottimo. Se disegniamo il diagramma con tre insiemi, contiamo 8 zone. In realtà una zona è quella esterna a tutti e tre gli insiemi, le altre sette sono invece interne almeno a uno di loro. Il problema, come nel caso precedente con due insiemi, è che quando diciamo che 10 studenti giocano a pallavolo, prendiamo in considerazione sia quelli che davvero giocano solo a pallavolo e non fanno altro, sia quelli che svolgono due attività, sia quelli che le svolgono tutte e tre».
«Quindi, se usiamo l'idea dei gettoni come l'altra volta, ne mettiamo tanti».
«Quanti?».
«Vediamo… uno per ogni combinazione dei tre insiemi che contiene A non negato? Sarebbero queste:».
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C.
«Esatto, ecco il disegnino».
«Quindi, vediamo se ho capito bene, sommando i 10 studenti sportivi, gli 11 musicisti e i 9 attori conto due volte le zone in comune».
«Non esattamente: c'è una zona che conti tre volte, perché fa parte sia di A, sia di B e anche di C».
«Ah, è vero! Non è come con due insiemi, qui c'è anche la zona che abbiamo indicato con A∩B∩C».
«Sì, ecco la figurina completa:».
«E quindi come facciamo?».
«Se facciamo come prima, contando gli elementi di A, quelli di B e quelli di C, e sottraendo poi gli elementi di A∩B, quelli di B∩C e quelli di A∩C, commettiamo un errore».
«Già, abbiamo tolto completamente la zona interna, quella dell'intersezione comune: se facciamo tre sottrazioni togliamo tutti e tre i gettoni, dovremmo invece lasciarne uno».
«Perfetto, vorrà dire che lo riaggiungeremo alla fine».
«Cioè dobbiamo fare una cosa del genere?».
|A∪B∪C| = |A| + |B| + |C| - |A∩B∩C| - |A∩B∩C| - |A∩B∩C| + |A∩B∩C|.
«Proprio così. Quindi, per completare l'esempio con cui abbiamo iniziato: abbiamo 10 pallavolisti, 11 chitarristi e 9 attori, 3 studenti che giocano a pallavolo e fanno gli attori, 4 studenti che giocano a pallavolo e suonano la chitarra, 5 studenti che suonano la chitarra e fanno gli attori. Infine, abbiamo 2 studenti che svolgono tutte e tre le attività. Quanti studenti in tutto, dunque?».
«Allora, ce ne sono 10 + 11 + 9 - 3 - 4 - 5 + 2, cioè 20. Ah, sono sempre quella meravigliosa classe di 20 studenti».
«Sì, continuiamo a sognare per un po'».
«Sì, vabbé, te la sogni una classe così».
«Ok, ok, è un esempio. Ogni riferimento con la realtà è assolutamente casuale».
«Va bene. Allora, ci saranno studenti che giocano a pallavolo e suonano la chitarra, ad esempio, altri che giocano e fanno teatro, e così via».
«Infatti, abbiamo varie possibilità. Quante?».
«Uhm, aspetta che le conto».
«Contale con l'idea di poter poi generalizzare in futuro».
«Non credo di saperlo fare».
«Cominciamo col dare un nome agli insiemi: A sono i pallavolisti, B i chitarristi e C gli attori».
«Va bene».
«Se facciamo un disegnino con gli insiemi, quante zone si creeranno?».
«Aspetta che le conto».
«Contale con l'idea di poter poi generalizzare in futuro».
«Ma allora è un vizio!».
«Eh, sì. Dai, prova».
«Uff. Allora, parto dal centro, c'è la zona in comune ai tre insiemi».
«Come la indichiamo?».
«Con A∩B∩C».
«Perfetto. Poi?».
«Poi ci saranno quelli che fanno due attività».
«Cosa significa? Almeno due, al più due, esattamente due?».
«Mamma mia quanto siete pignoli voi Veri Matematici! Ci sono quelli che fanno esattamente due attività, ok?».
«Bene, e come li indichiamo?».
«Mh, quelli che giocano a pallavolo e suonano la chitarra potremmo indicarli con A∩B, no?».
«No, con quel simbolo comprendi anche quelli che giocano a pallavolo, suonano la chitarra e eventualmente fanno teatro».
«Ah, allora dovrei escludere C da A∩B, ma come faccio?».
«Escludere C significa prendere gli elementi che non stanno in C, cioè che stanno fuori da C».
«Se non sbaglio, stiamo parlando dell'insieme complementare di C, vero?».
«Esatto: lo indichiamo con C».
«Ah, ecco. Allora l'insieme di quelli che giocano a pallavolo e suonano la chitarra diventa A∩B∩C».
«Molto bene. Come indichiamo gli altri insiemi composti da studenti che fanno esattamente due attività?».
«Saranno questi: A∩B∩C e A∩B∩C».
«Benissimo. Poi ci saranno gli insiemi che contengono studenti che svolgono una sola attività».
«Cioè pallavolo e non chitarra e non teatro, oppure chitarra e non pallavolo e non teatro, oppure teatro e non chitarra e non pallavolo: ho capito! In simboli è molto facile:».
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C.
«Ottimo. Ora facciamo un riassunto: abbiamo tre lettere, A, B e C, e le loro negazioni A, B e C. Possiamo combinarle come vogliamo, purché compaiano tutte, o negate o non negate».
«In sostanza, abbiamo queste possibilità:».
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C.
«Molto bene. Ah, cosa rappresenta l'ultima possibilità?».
«Uhm… sì, ci sono! Sono gli studenti lavativi, quelli che non fanno nulla».
«Dai, diciamo che sono quelli che studiano».
«Ecco, diciamo così».
«Ma eravamo rimasti all'idea di generalizzare: quante combinazioni abbiamo?».
«Allora, per ogni lettera abbiamo due possibilità: possiamo negarla oppure no. Quindi due possibilità per la prima lettera, due per la seconda, due per la terza, totale 23, cioè 8».
«Ottimo. Se disegniamo il diagramma con tre insiemi, contiamo 8 zone. In realtà una zona è quella esterna a tutti e tre gli insiemi, le altre sette sono invece interne almeno a uno di loro. Il problema, come nel caso precedente con due insiemi, è che quando diciamo che 10 studenti giocano a pallavolo, prendiamo in considerazione sia quelli che davvero giocano solo a pallavolo e non fanno altro, sia quelli che svolgono due attività, sia quelli che le svolgono tutte e tre».
«Quindi, se usiamo l'idea dei gettoni come l'altra volta, ne mettiamo tanti».
«Quanti?».
«Vediamo… uno per ogni combinazione dei tre insiemi che contiene A non negato? Sarebbero queste:».
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C,
A∩B∩C.
«Esatto, ecco il disegnino».
«Quindi, vediamo se ho capito bene, sommando i 10 studenti sportivi, gli 11 musicisti e i 9 attori conto due volte le zone in comune».
«Non esattamente: c'è una zona che conti tre volte, perché fa parte sia di A, sia di B e anche di C».
«Ah, è vero! Non è come con due insiemi, qui c'è anche la zona che abbiamo indicato con A∩B∩C».
«Sì, ecco la figurina completa:».
«E quindi come facciamo?».
«Se facciamo come prima, contando gli elementi di A, quelli di B e quelli di C, e sottraendo poi gli elementi di A∩B, quelli di B∩C e quelli di A∩C, commettiamo un errore».
«Già, abbiamo tolto completamente la zona interna, quella dell'intersezione comune: se facciamo tre sottrazioni togliamo tutti e tre i gettoni, dovremmo invece lasciarne uno».
«Perfetto, vorrà dire che lo riaggiungeremo alla fine».
«Cioè dobbiamo fare una cosa del genere?».
|A∪B∪C| = |A| + |B| + |C| - |A∩B∩C| - |A∩B∩C| - |A∩B∩C| + |A∩B∩C|.
«Proprio così. Quindi, per completare l'esempio con cui abbiamo iniziato: abbiamo 10 pallavolisti, 11 chitarristi e 9 attori, 3 studenti che giocano a pallavolo e fanno gli attori, 4 studenti che giocano a pallavolo e suonano la chitarra, 5 studenti che suonano la chitarra e fanno gli attori. Infine, abbiamo 2 studenti che svolgono tutte e tre le attività. Quanti studenti in tutto, dunque?».
«Allora, ce ne sono 10 + 11 + 9 - 3 - 4 - 5 + 2, cioè 20. Ah, sono sempre quella meravigliosa classe di 20 studenti».
«Sì, continuiamo a sognare per un po'».
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