martedì 27 novembre 2007

Langkofelscharte

Era l'inverno della quarta superiore. I miei mi portarono in settimana bianca, a S. Cristina di Val Gardena. Mi iscrissi alla scuola di sci, e venni assegnato alla sesta classe, quella dei “bravi”.

Dopo tre giorni di lezione il maestro (ho trovato la foto, c'è ancora!) ci portò ai piedi di una montagna e ci disse:
“Vedete lassù? Quello è il Sassolungo, di fianco c'è il Sassopiatto. Lì in mezzo c'è la forcella del Sassolungo: se vi va bene, domani la facciamo”.

Guardando in alto, vedemmo un impianto di risalita che portava alla forcella tra le due cime e, sotto, una pista piena di sassi, interrotta qua e là da alcune reti che forse servivano per fermare le eventuali cadute degli sciatori, o forse per le valanghe, chissà.

“Maestro, ma dobbiamo fare quella pista piena di sassi?”.
“Ah, no, non scendiamo da questa parte, scendiamo dall'altra!”.
“Ma dall'altra parte non ci sono piste!”.
“Appunto”.

La mattina dopo, inquieti (almeno, io lo ero), tornammo all'impianto di risalita. Era una vecchia ovovia, di quelle con cabine da due persone, gialle, dove si deve stare in piedi. Gli sci si infilavano in un portasci all'esterno, si doveva correre per salire, e poi si doveva attendere. Infatti le cabine non si staccavano dalla fune per permettere una salita agevole, e quindi la fune stessa non poteva andare troppo veloce. Forse allora non esistevano ancora impianti di quel tipo, fatto sta che la risalità durò un quarto d'ora. Al giorno d'oggi un tempo d'attesa così lungo, in piedi, al freddo, è impensabile. Allora era abbastanza normale, io ero salito con un tedesco col quale ho scambiato una sola frase: gli dissi che a scuola studiavo tedesco, ma devo averglielo detto così male che lui lasciò perdere ogni tentativo di dialogo.

Intanto la forcella si avvicinava, noi eravamo sospesi su una pista ripidissima, le pareti del Sassolungo e del Sassopiatto erano sempre più vicine, in alto si vedeva un rifugio, nulla si poteva sapere su quello che ci sarebbe stato dall'altra parte.

Arrivati su, congelati, il maestro ci propose di entrare nel rifugio a scaldarci un po'. Tutti accettammo con piacere, e nel breve percorso dalla stazione di arrivo dell'ovovia all'entrata del rifugio riuscii a dare un'occhiata all'“altra parte” della forcella: un nulla bianco. E stretto. Entrai nel rifugio tremando, non solo per il freddo.

Ingurgitata una serie di sostanze dopanti (erano solo le dieci del mattino), ci toccò di lasciare il rifugio, che per me era diventato un nido da non abbandonare per nessun motivo al mondo, e cominciammo la discesa.

“Ora vado avanti io”, ci disse il maestro, “mi fermo laggiù e vi faccio segno di scendere. Scendete uno alla volta, così se cadete vi fermo io”.

Questo fu l'inizio di una discesa meravigliosa, fuori dalle piste, che ci portò fino a valle. Non prendemmo nessun altro impianto, arrivammo in fondo, avremmo dovuto prendere una seggiovia per ritornare al punto di partenza, ma gli impianti erano ormai chiusi. Allora sciammo lungo stradine che, d'estate, erano pedonali in mezzo al paesino, tra la gente che stava passeggiando. Arrivammo alle sette di sera, dopo nove ore di sci.

Un'esperienza che ricordo ancora con orgoglio: quando passo da quelle parti non manco mai di ricordare che “io sono stato sulla forcella del Sassolungo” (tra parentesi, ora mi viene in mente che, il giorno dopo, ci fu la gara di sci della scuola, e io arrivai secondo — ma di questo sono molto meno orgoglioso, tant'è che me l'ero dimenticato).

Ora scopro la storia del mio “ultimo” rifugio.

13 commenti:

Ricciele ha detto...

Pero' è notevole che dopo una giornata di 9 ore di sci tu avessi ancora le gambe per fare la gara, il giorno dopo; o eri già molto allenato, o hai una resistenza bestiale, io mi sarei imballata e sarei tornata funzionante dopo circa una settimana! Altro che fare gare e arrivare 2° :)

obi ha detto...

bè, ormai si sa...lui è invincibile.

Massimo Morelli ha detto...

L'ovovia è ancora così. La salita e discesa dal Demetz l'ho fatta un sacco di volte, in entrambi i sensi
(però a piedi e d'estate ;) )

corby ha detto...

Prof, la montagna è fantastico sia d'estate sia d'inverno.
Non vedo l'ora che riaprano gli impianti sul Cimone.

Prof, perchè non viene alla giornata sulla neve (sempre che ce ne sia una quest'anno)?

Massimo Morelli ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Massimo Morelli ha detto...

Foto

Freyon ha detto...

Giààà.... perchè non viene alla giornata sulla neve? :P

(che storia triste quella del rifugio!)

Ronkas ha detto...

Allora partiamo dicendo col fatto che anche io sono un "affezionato" della Val di Fassa.
Proseguiamo col dire che anche io me la sono fatta con l'ovovia (che adesso è bianca, ma penso sia solo scolorita :P).
Arrivati su al Demetz, la discesa a valle è davvero... "incazzosa" ecco, così la definirei.
Perciò bravo prof, questi si che sono veri post interessanti!


ah p.s.: questo intervento costituisce prova scritta, nonché mette in risalto la sua nostalgia per gli sport invernali e ciò che comportano; conferma una discreta abilità in tali arti.
Di conseguenza la vogliamo alla giornata sulla neve punto e basta.

professore ha detto...

@ricciele: ero giovane e forte, 9 ore di sci non erano nulla :-)

@(massimo+ronkas): l'ovovia c'è ancora? Biposto, lenta, a rincorsa? Mi sembrava che l'avessero cambiata.

@studentivari: per la giornata sulla neve, ci pensiamo...

Ronkas ha detto...

L'ovovia c'è ancora eccome, la salita è lentissima.
E' una biposto stretta però per due persone con zaini, perciò io me la feci da solo, al tempo.

La cosa che ti viene da pensare subito dopo che sei salito, è "oddio come cavolo sono messe ste cabine??" perché ti guardi intorno e vedi che l'unica cosa di veramente solida è la piattaforma dei piedi, tenuta salda da una traversina collegata alla fune.
Tutto intorno invece è sottilissima vetroresina, che fa anche simpaticamente ondeggiare la cabina stessa come una vela al minimo alito di vento (e vi assicuro, là ne tira).

professore ha detto...

Allora è sempre la stessa da (almeno) 20 anni...

Anonimo ha detto...

sì è come 20 anni addietro ed è fantastica la lentezza con cui sale su sino al Demez rifugio stretto in una gola dove tira un gran vento...ma da là su il panorama è speciale in tutti i sensi e chi discende a piedi per la forcella verso il rifugio Firenze può dire di avere delle gran gambe.....stanche alla fine ma che non dimenticheranno mai .

Mazza ha detto...

prof l'ultima volta che sono passato di la avevo ricevuto un informazione che diceva che quella pista è stata chiusa perche varie persone sono morte..e non ho visto nessun inpianto di risalita..ma probabilmente sbaglio posto confondendolo con un altro..comunque si la giornata sulla neve ci sara in febbraio(ho parlato con govoni)e la vogliamo con noi!